29 settembre 2016

Progetto

Internauti si nasce o si diventa?

Subito dopo la loro nascita, i self media sono caduti vittime del declino vertiginoso del linguaggio, del disimpegno comunicativo e della frammentarietà dei contenuti.

Aperte a tutti, le piattaforme di microblogging, i meme preconfezionati, la ricerca di approvazione sociale, i video, furono preferiti ai blog, alla cronaca, alla documentazione, alla satira, alla narrazione e alla costruzione del sé.
I media immediati e l’approccio acritico hanno così, in poco tempo, sepolto i media impegnati lasciando spazio anche all’indifferente reattività se non addirittura alla violenza, coadiuvata dalle possibilità di anonimato o di simulazione di identità offerte dagli ambienti digitali (cyberbullismo).

L’interattività di Internet che aveva messo in crisi l’unilateralità della televisione le ha fatto rispondere con l’accesso di emittenti televisive sottraendo così ancora più tempo, creatività, stimoli, motivazioni e linguaggio in cambio di ancora altri contenuti che bloccano il processo di immaginazione, condivisione e partecipazione.
Abbondanza, assenza di controlli di qualità, frammentarietà, deficit di contesto, disintermediazione sono i fattori ai quali si affacciano ora i così chiamati nativi digitali, trovandosi in una posizione di abilità di fruizione sì, ma inabilità di decodifica.
L’avvento ancora più recente del mobile ha amplificato la dipendenza verso i linguaggi passivizzanti e la conseguente disabilità comunicativa, interattiva, collaborativa, sociale e il forte impoverimento lessicale.

I giovani sono i maggiori consumatori di informazioni digitali e spesso Internet è la loro unica fonte di notizie. I giovani (ma non solo loro) internauti si trovano nella necessità di acquisire capacità di valutazione della credibilità e dell’affidabilità di quanto trovano in rete.
Per quanto i paradigmi siano ora l’affidabilità, la partecipazione, la reperibilità immediata delle informazioni, internet (e la sua promessa della condivisione globale) ha in realtà fatto cadere l’autorità dell’informazione.
E rischia di diventare un altro contenitore pubblicitario.

La motivazione di questo progetto è il creare informazione, non riceverla passivamente.

È passare dall’ essere reading media a writing media.

La radio che piace

Dieci anni fa il podcasting ha vissuto un momento di forte sperimentazione didattica.
Figlio della radio si proponeva come alternativa all’avvento dirompente della profezia di Karl John Popper [“Cattiva maestra televisione”  1996]
Adottato come strumento da una rete di plessi proprio del Friuli Venezia Giulia, divenne esempio trainante per altre iniziative simili sul tutto il territorio nazionale.
Non si tratta semplicemente di cimentarsi in una metodologia già sperimentata che ora può avvalersi anche dell’uso delle tecnologie mobili (app) e nemmeno un’altra sperimentazione sulle potenzialità didattiche della tecnologia multicanale.

La tecnologia del podcast, secondo molti, è la prima tecnologia che può davvero unire, nel concetto di mobilità, tutte le tecnologie digitali e fare da ponte bidirezionale verso quelle tradizionali. Ed è una tecnologia “povera”.

Gli episodi di un podcast, collocati sulla rete, possono essere ascoltati, scaricati e utilizzati in ogni momento e dovunque.
I tirocini di giornalismo sull’informazione scritta, visiva e radiofonica esercitano lo spirito critico e aiutano a comprendere la soggettività dell’informazione, per esserne – da adulti – fruitori consapevoli.
Proporre un podcast a scuola è innanzitutto privilegiare la comunicazione mediante l’audio, potenziale l’ascolto, poi la scelta, infine la scelta critica.

È valorizzare l’oralità, della capacità di esprimersi e di comunicare il lavoro di squadra, la creatività, il coinvolgimento della società esterna alla scuola.

A questo si accompagna naturalmente la scrittura come strumento per preparare il copione della trasmissione da registrare, il clock della puntata.
Produrre una trasmissione anche di pochi minuti richiede la conoscenza e la preparazione accurata del format che si utilizza.
Il focus dell’attenzione del progetto 6INradio non è solo il prodotto, ma anche – e soprattutto – il produttore che “agendo” apprende.

Ma soprattutto

  • Dare luce all’interesse dei bambini, al contingente, al quotidiano.
  • Evidenziare l’oralità nella scuola e nella società, il saper parlare e il saper ascoltare.
  • Veicolare il contingente e l’immediato, rispettando gli interessi spontanei dei bambini e dei gruppi/classe; i loro contatti e le loro interazioni con le comunità educanti (organizzate e non).
  • Saper parlare, esprimersi con proprietà, ma anche vestire il discorso con intonazione, scioltezza, fluenza: variabili che caratterizzano il successo del messaggio orale.

La scuola è fatta spesso di parole.

Questo progetto vuole dare la parola ai bambini, per far sì che acquisiscano sicurezza nell’esprimersi, possano riascoltarsi, valutarsi e migliorarsi, inoltre condividere pensieri, sia nel dialogo in gruppo, sia nelle considerazioni di un singolo.

E un ulteriore aspetto che favorisce l’apprendimento in senso lato è quello dell’archiviazione e della divulgazione: un cassa di risonanza per il potenziamento dell’esperienza.

Il clok della trasmissione radiofonica "Pascal" di Radio 2 nell'edizione 2016 - 2017

Il clok della trasmissione radiofonica “Pascal” di Radio 2 nell’edizione 2016 – 2017

Francesca Bomben per
Progetto azione 10.8.1A 3 Ambienti Multimediali 2016
“S.I.D.A.I.: scuola inclusiva digitale(con)apprendimenti interattivi”

 

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6INradio è un progetto no profit a più mani, di divulgazione ed approfondimento culturale.
L’aggiornamento è totalmente aperiodico, pertanto non è in alcun modo assimilabile ad una testata giornalistica e non rientra nell’area delle pubblicazioni on-line regolata dalle attuali normative italiane sull’editoria elettronica.

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