Le nostre origini contadine

In questi primi giorni di settembre ho avuto l’occasione di provare a fare una cosa che fino a non molti anni fa quasi tutte le famiglie di Roveredo facevano: la vendemmia!
Me ne aveva parlato con nostalgia la nonna e me l’aveva descritta come una grande festa, dove tutte le famiglie di vicini e conoscenti si aiutavano l’un l’altro per essere di più e fare prima, tanto che organizzare le giornate di vendemmia era un po’ come incastrare le lettere che ci ha fatto fare la Maestra Francesca in Prima.

Era anche poi un’occasione per farsi una buona pastasciutta tutti insieme e perché no, bere un po’ di buon vino, giusto per restare in tema.

Me ne hanno parlato anche il papà e la mamma che sono abbastanza vecchi ma meno della nonna ed è una cosa che anche loro hanno fatto per molti anni.

Ormai a Roveredo sono rimaste poche vigne e quasi tutti quelli che ancora le hanno, portano l’uva in cantina quindi ormai il senso della vendemmia di una volta non c’è più. Mio nonno Luigi però mi ha portato nella vigna dei signori Lino e Angelo che ancora lo fanno come hobby.

Se pensate che il grosso del lavoro sia staccare i grappoli dalla pianta di vite vi sbagliate di grosso.

Da quel momento è necessario fare una serie di passaggi che richiedono tempo, pazienza e lavoro.
Prima di tutto si comincia con la “pigiatura” cioè i grappoli appena raccolti vengono separati in raspo e in acino che è quello che interessa perché è da lì che si ottiene il succo.
La pigiatura si può fare in due modi: il primo all’antica, ovvero pestando i grappoli con i piedi. E così l’ho fatto io: speriamo che il vino non abbia preso l’odore dei miei piedi…

Il secondo è con la macchina che vi mostro in questa foto.

Ho anche visto come si misura il grado zuccherino che è un indicatore di quanto zucchero c’è nel mosto: il primo succo estratto dall’uva si chiama così, è un liquido molto torbido e dolce e non è ancora vino.

Lo si fa con questo strumento immergendo nel mosto una specie di termometro che galleggia su una scala graduata.

Gli acini sono quindi raccolti in un tino: ora sono di plastica ma una volta erano di legno.

Il giorno dopo sono andata a torchiare cioè a spremere gli acini per estrarre tutto il succo e lasciare solo la buccia.

 

L’ho fatto con questo strumento.
Il peso dei pezzi di legno serve proprio a pigiare gli acini d’uva. Lo si fa a mano girando una specie di manovella e all’inizio è molto facile farla girare, poi diventa sempre più dura perché gli acini sono sempre più compatti.

Il mosto comincia poi a fermentare per diversi giorni e in questo modo gli zuccheri diventano alcol e quindi il mosto si trasforma in vino.

Mi è piaciuto tanto fare quest’esperienza ma mi è dispiaciuto non assaporare il clima di festa di cui mi hanno parlato tanto.

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Francesca Bomben

Sperimento linguaggi, narro di luoghi e imparo molto alla Scuola Primaria di Roveredo in Piano, Pordenone.

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